⋆。‧˚ʚ🍓ɞ˚‧。⋆ It's a small world ⋆。‧˚ʚ🍓ɞ˚‧。⋆

Perchè amo i mondi minuscoli?

aeluneaelune

Jul 21, 2026

41 reads







icordo perfettamente il primo giocattolo di Polly Pocket che abbia mai avuto.

Era una specie di giostrina per le paperelle che girava: stava perfettamente nelle mani della me di... Uh... quanti anni avrò avuto? Sei o sette? Poco importa, quello che so per

certo è che ero rimasta affascinata da quanto quelle paperelle dentro la giostrina

fossero minuscole e di conseguenza adorabili.

Potrei aver cercato di staccarle dalla base un paio di volte, fallendo.



Sta di fatto che in quel periodo, sugli scaffali del reparto giocattoli,

di roba piccina piccina e perciò tanto tanto carina ne stava un'infinità,

ed essendo ahimè, lo ammetto) una bambina viziatella per tutte le ragioni

sbagliate, quegli oggettini finivano velocemente nel carrello e poi dritti dritti nella mia cameretta tutta trine e merletti. Ma a prescindere da quanto mio padre mi stesse avviando allo shopping compulsivo, non scherzo quando dico che negli anni Novanta e Duemila a nessuno fregava niente se il piccolo Gianpippo potesse strozzarsi con i pupazzetti di Mighty Max o intossicarsi con i soffumigi della fabbrica dei mostri.

Se ti occludi la laringe mamma ti da il resto a ciabattate.

Che meraviglia di infanzia eh? Voi e il vostro gentle parenting

(No, davvero, abbiamo i traumi, pagateci lo psicologo.)



Scherzi a parte, ogni tanto mi chiedo come sia possibile che, tra tutte le cose che hanno popolato la mia infanzia, siano proprio queste ad aver deciso di seguirmi fino all'età adulta.

Perché i gusti cambiano. Cambiano i cartoni che guardavi, i vestiti che mettevi, persino i cibi che dicevi di odiare e che adesso mangi senza farti troppe domande (apprezzo i broccoli, capiamoci.) Eppure le miniature... quelle sono rimaste.



Per anni mi sono raccontata che fosse solo nostalgia. "Eh, i giochi di quando ero piccola." Una spiegazione semplice, rassicurante. Poi mi sono guardata intorno.



Sulla mensola c'erano i Sylvanian Families.



In un cassetto qualche Polly Pocket.



E da anni sto recuperando, uno dopo l'altro, gli Starcastle.

Che, se siete cresciuti negli anni Novanta, probabilmente vi ricorderete:

piccoli castelli color pastello che si aprivano rivelando un intero regno in miniatura. Erano la mia ossessione assoluta. Credo di aver passato più tempo a immaginare la vita di quelle principesse che a giocarci davvero.



Ed è qui che mi sono resa conto di una cosa: forse continuo a usare la parola sbagliata.



Io dico sempre che mi piacciono le cose piccole, ma non è vero: a me piacciono i mondi.

Una miniatura è un oggetto. Un mondo è un posto in cui immagini qualcuno vivere.



Quando apro uno Starcastle non penso "Che carino." ;penso a chi dorme in quella stanza, a chi sale quella scala, a cosa si vede dalla finestrella della torre. Il mio cervello, senza che io gli abbia dato il permesso, inizia immediatamente a costruire una vita.



Succede la stessa identica cosa con i Sylvanian Families.

Lo so che sono animaletti con gli occhi a pallina e i vestitini di velluto (che prendono anche un botto di polvere). Razionalmente ne sono perfettamente consapevole.

Ma spiegatemi come dovrei fare a ignorare una cucina perfettamente apparecchiata, una libreria grande quanto una scatola di fiammiferi o un minuscolo forno con il pane già pronto.



Io il profumo di quel pane riesco a sentirlo. (Boni, ho fatto i check,non sono pazza.)



Con Beatrix Potter è ancora peggio. Tutti ricordano Peter Coniglio,

io invece finisco sempre a fissare tutto quello che gli sta intorno.

Le credenze, le teiere, gli stivali infangati lasciati accanto alla porta,

le mensole piene di piatti, i cestini delle more... ogni volta mi ritrovo a soffermarmi su dettagli che probabilmente non dovrebbero essere i protagonisti della scena, eppure sono loro a raccontarmi la storia più interessante. Ho sempre l'impressione che, se richiudessi il libro e lo riaprissi cinque minuti dopo, troverei il tè già servito sul tavolo e una finestra aperta perché qualcuno è appena uscito a raccogliere lamponi. È una sensazione stranissima, come se quei luoghi continuassero a esistere anche quando nessuno li sta guardando, e io vorrei tanto, tanto poter tendere una mano ed entrarci dentro.

Il Bosco di Rovo, poi: ho la cittadinanza mentale tra quelle pagine. Non sono sicura che Jill Barklem volesse davvero scrivere dei libri per bambini o se, più semplicemente, avesse deciso di progettare il luogo più accogliente mai concepito dall'essere umano.



Un posto dove nessuno ha fretta. Dove le giornate scorrono lente senza essere vuote. Dove la gentilezza non è qualcosa di eccezionale, ma semplicemente il modo normale di stare al mondo. Dove puoi bussare alla porta di qualcuno senza sentirti di troppo e sederti accanto alla finestra senza dover dimostrare niente. Dove non ci sono problemi troppo grandi e spaventosi, anche se sei un piccolo topolino.



Forse è quella l'idea di casa che ho sempre inseguito: non una casa fatta di mattoni, ma una sensazione. Quella sensazione sottile che ti fa pensare: "Va bene così. Puoi fermarti qui."

A volte mi chiedo se la rincorro proprio perché non l'ho mai conosciuta davvero o perché, semplicemente, continuo a sperare che esista da qualche parte, magari non dentro una radice di quercia... Ma da qualche parte.



E finché non la troverò, credo che continuerò a cercarla nei luoghi che, anche solo per un attimo, riescono a farmi sentire come se fossi già arrivata, se mi stessero aspettando.



Forse è per questo che continuo a collezionare Sylvanian Families, a recuperare gli Starcastle della mia infanzia, ad aprire un Polly Pocket con la stessa cura con cui si apre una scatola di ricordi e a perdermi tra le pagine di Beatrix Potter o del Bosco di Rovo.



Perché quei piccoli mondi mi ricordano una cosa che, troppo spesso, dimentico.



Che da qualche parte esiste ancora una versione di me capace di guardare una finestrella illuminata e pensare, senza alcun motivo razionale, che lì dentro qualcuno le avrebbe fatto un po' di posto dicendo "Bentornata a casa."





































˙✧˖°☕ ༘ ⋆。˚ Una TOP Tazze di Sinsay che nessuno ha chiesto ˙✧˖°☕ ༘ ⋆。˚









oia assoluta, un caldo che bleh, restare a casa a fare la muffa un altro giorno comprometterebbe troppo la tua sanità mentale, perciò che fai? Te ne vai al fresco, al centro commerciale (ovviamente dopo esserti assicurata che fuori non ci sia Ifrit a lanciarti meteore addosso) sperando che niente sia carino e abbastanza economico da giustificare un acquisto che in ogni caso non puoi permetterti. Cuffie nelle orecchie sparate a duemila decibel, bottiglietta d'acqua in borsa e si va. Nel centro commerciale dove vado di solito ci sono sia Primark che Sinsay e ho sempre considerato quest'ultimo il fratellino un po' sfigato del primo. Ci prova ma rimane sempre un po' meh. Piglia una caramellina dai, però quelle all'anice, che quelle alla frutta sono per tuo fratello quello bravo.

Comunque se c'è una cosa su cui Sinsay batte Primark è la quantità di tazze e tazzine in vendita, tutte abbastanza economiche, ma la sottoscritta non beve ne caffè, ne tè ne qualsiasi cosa che sembrerebbe oltraggioso bere nella ceramica. Però ammetto che son davvero tanto belline e strane, e devo controllarmi ogni volta dal pensare che sarebbe un'ottima idea cominciare a collezionarle.



Ecco qui, per nessunissimo motivo al mondo, ma solo perché lo decido io, una selezione e classifica delle tazze che mi sono piaciute di più:



6. Sarebbe anche caruccetta, la mia anima cottagecore vibra un pochino pero'

sono abbastanza sicura che ne troverei una quasi identica altrove.





5. Mirtilli! I mirtilli sono belli, sono buoni e ti fanno fare tanti tanti soldini su

Stardew Valley! Lo sapevate? Io l'ho scoperto pochi giorni fa eheh. 💜









4. Sono di parte, non devo spiegare niente, andiamo avanti.

Rarity e Fluttershy best ponies, comunque.









3. Un gatto di vetro, che potenzialmente affogheremo nella tazza di vetro.

Apprezzabile sia da chi ama i gatti che non. Il vetro nelle tazze mi mette

ansia, che non ha senso perché anche i bicchieri sono di vetro.









2. Se avete bisogno di argomentazioni siete degli aridi. Vergogna.









1. La tazza con cui prenderei un té (me lo imporrei, so che ho detto che

non lo bevo, gne gne) con Trilly o le protagoniste di Fairy Oak.

Femminile in modo ridondante but I don't care. Ci farei il

bagnetto al mio ranocchio personale, se ne avessi uno.





Che dire: è stato bello? Meh. Mi sono divertita? Più o meno. Lo rifarei? Probabilmente.













📖Come un corso di editoria mi ha resa una persona insopportabile📚





Credo che ogni mestiere abbia il potere di rovinarti qualcosa.



Se fai il cuoco, prima o poi inizi a criticare i ristoranti. Se fai il fotografo, smetti di guardare le persone e cominci a fissare l'esposizione. Se lavori con i computer, ogni cena di Natale si trasforma inevitabilmente nel centro assistenza ufficiale della famiglia. È il destino. Lo accetti, ci convivi e ogni tanto ci fai anche una risata. Io, invece, ho avuto la brillante idea di seguire un corso professionale di editoria. Brillante nel senso che adesso non riesco più a entrare in una libreria come una persona normale.

Vorrei davvero: lo giuro.

Vorrei attraversare quelle porte scorrevoli, annusare quell'odore di carta nuova che riesce ancora a farmi spendere soldi con una leggerezza francamente preoccupante, prendere in mano un romanzo e pensare semplicemente: "Uh, sembra carino."



Nope.



Il mio cervello, che evidentemente ha deciso di sabotarmi il tempo libero, parte per conto suo e inizia a fare domande che nessuno gli ha chiesto di fare.

Perché proprio questa collana? Perché questo formato? Perché questa palette?

Perché questa plastificazione soft touch? (Che, sia chiaro, adoro. Se un giorno dovessi sparire, controllate nel reparto cartoleria. Potrei essere lì ad accarezzare quaderni e copertine come una cretina.)

Poi arriva il momento peggiore: quello in cui apro il libro.

No, non per leggere l'incipit. Magari: la quarta di copertina, che, nell'ordine, mi dice molto meno della sinossi e molto di più su chi pensa di vendere quel libro; ed è lì che il mio cervello comincia a fare quello che non dovrebbe fare: non legge più come una lettrice. Legge come un'editor.

O almeno ci prova, che fa già abbastanza ridere detta così.

Comincia a cercare il posizionamento, a immaginare il target, a chiedersi se quel titolo sia nato perché qualcuno aveva davvero una storia da raccontare oppure perché, sei mesi fa, una riunione commerciale dev'essere finita con qualcuno che ha pronunciato la frase: "Ci serve il nostro quello lì." Perché se c'è una cosa che ho imparato studiando editoria è che il lettore tende a immaginare il mondo del libro come una specie di gigantesco salotto pieno di persone innamorate della letteratura. Tutti seduti intorno a un tavolo di legno, circondati da scaffali altissimi, mentre discutono animatamente di stile, ritmo, costruzione dei personaggi e, ogni tanto, citano Calvino guardando fuori dalla finestra con aria intensa. Un'immagine bellissima, è anche un'immagine che dura più o meno cinque minuti.



Poi arriva Excel: e con Excel arrivano i budget, le marginalità, le tirature, i costi di stampa, il piano economico, il sell-in, il sell-out, le rese, il catalogo, il forecast e una quantità di acronimi sufficiente a far sembrare la NASA un gruppo di amici che organizza una pizzata.

La cosa buffa è che tutto questo, quando sei dall'altra parte della barricata, non lo vedi, ed è giusto che sia così. Il lettore dovrebbe poter entrare in libreria e innamorarsi di una storia, non di un conto economico. Il problema nasce quando inizi a conoscere il meccanismo e ti accorgi che il libro è contemporaneamente entrambe le cose: un'opera culturale e un prodotto industriale. E no, le due definizioni non si escludono a vicenda, anche se ogni tanto qualcuno si comporta come se bastasse pronunciare la parola "marketing" davanti a uno scrittore per evocare Satana in persona.

La verità è molto meno cinematografica e, proprio per questo, molto più interessante. Un editore, prima ancora di chiedersi se un manoscritto sia bello, deve chiedersi se abbia un posto all'interno del proprio catalogo. Non nello scaffale della libreria, quello viene dopo. Nel catalogo. Sono due concetti completamente diversi e confonderli significa non aver capito una delle cose più importanti di questo mestiere.



Per anni il catalogo è stato il vero patrimonio di una casa editrice. Non soltanto le novità, ma quella che in gergo si chiama backlist, cioè tutti quei libri che continuano a vivere, vendere e raccontare l'identità di un marchio anche quando sono usciti da dieci, venti o cinquant'anni. È il motivo per cui basta vedere una copertina Adelphi per sapere quasi sempre cosa aspettarsi, o per cui Sellerio è riuscita a costruire una riconoscibilità che va ben oltre il singolo autore. Non è magia. È progettazione editoriale. È avere una linea, sostenerla per anni e accettare che non tutto debba necessariamente esplodere su TikTok nel giro di quarantotto ore per essere considerato un investimento sensato.



Ed è proprio qui che, secondo me, comincia la parte davvero interessante. Perché il catalogo, almeno nella mia testa, dovrebbe assomigliare a una biblioteca costruita lentamente. Un posto in cui ogni libro aggiunge qualcosa a quello che c'era prima, dialoga con gli altri, rafforza un'identità. È un lavoro di pazienza, quasi di giardinaggio. Pianti oggi sapendo che, probabilmente, raccoglierai molto più avanti. Non è un caso se gli editori che riescono a costruire un catalogo davvero forte vengono ricordati anche a distanza di decenni; gli autori passano, le collane cambiano veste grafica, i direttori editoriali si avvicendano, eppure continui a riconoscere una certa idea di letteratura. È una cosa che mi ha sempre affascinata moltissimo.

Poi, però, c'è il mercato,e il mercato, poverino, del giardinaggio se ne fotte, per usare un francesismo. Il mercato ha delle scadenze, ha dei bilanci. Ha una rete vendita che, giustamente, vuole sapere quante copie pensa di ordinare una libreria, ha dei buyer che devono decidere quanto spazio concedere a una novità piuttosto che a un'altra, ha una distribuzione da gestire, una macchina promozionale da mettere in moto mesi prima che il libro esca e, soprattutto, ha un'abitudine piuttosto fastidiosa: quella di premiare ciò che riconosce immediatamente.

Ed è qui che entra in scena una delle parole che preferisco dell'intero lessico editoriale.



Comp title.



Che detto così sembra il nome di un competitivo TCG, invece è semplicemente l'abbreviazione di comparable title. Tradotto: "Questo libro a cosa assomiglia?" Sembra una domanda innocente: non lo è per niente.

Perché nel momento in cui un editore valuta un manoscritto, una delle prime cose che farà sarà capire con quali titoli potrà essere presentato. A quale pubblico parlerà. Su quale scaffale finirà. Quali lettori potrebbe intercettare. Perfino il marketing, quando dovrà preparare il materiale promozionale, avrà bisogno di una formula semplicissima che permetta al libraio, al giornalista e al lettore di orientarsi nel minor tempo possibile.

"Perfetto per chi ha amato..." Vi suona familiare? Certo che vi suona familiare.

"Se avete amato ACOTAR..."

"Per i fan di Fourth Wing..."

"Il nuovo caso editoriale che conquisterà chi ha adorato..."

A forza di leggere frasi del genere, ogni tanto mi viene il dubbio che i libri abbiano smesso di essere presentati per quello che sono e abbiano iniziato a essere definiti quasi esclusivamente in funzione di qualcos'altro. È un po' come descrivere una persona dicendo: "È praticamente tua cugina, ma con i capelli più corti." Molto utile, Gianculo.

Peccato che magari quella persona abbia una personalità tutta sua.

Naturalmente non sto dicendo che i comp titles siano il male assoluto. Anzi. Sono uno strumento utilissimo e sarebbe profondamente ipocrita fingere il contrario. Servono agli editor, servono ai librai, servono perfino agli autori quando devono presentare un progetto a un agente letterario. Il problema nasce quando smettono di essere un punto di riferimento e diventano il punto di arrivo.

Perché allora il ragionamento rischia di invertirsi. Non si cerca più un libro originale per capire, eventualmente, a cosa possa essere accostato, si cerca qualcosa che assomigli già a ciò che il mercato ha dimostrato di volere: la differenza è sottile, le conseguenze lo sono molto meno.

Ogni settore creativo attraversa delle mode, sarebbe assurdo aspettarsi il contrario. Il giallo nordico ha avuto il suo momento, il paranormal romance pure, poi sono arrivati i distopici, poi il cozy crime, poi il romance illustrato, poi il fantasy romantico e adesso siamo in una fase in cui, se sulla copertina non compaiono almeno una spada, una rosa appassita, una costellazione, un serpente e una lamina oro, il libro rischia di sentirsi escluso dalla festa.



Non sto scherzando: provateci. La prossima volta che entrate in libreria dedicate cinque minuti soltanto alle copertine delle novità. Fatelo come se foste degli antropologi mandati a studiare una civiltà sconosciuta. A un certo punto inizierete a vedere comparire gli stessi elementi con una regolarità quasi inquietante. Le palette cromatiche si rincorrono, i font sembrano usciti dalla stessa famiglia, perfino certe composizioni diventano ricorrenti. È perfettamente normale: quando un progetto grafico funziona, altri tenderanno inevitabilmente a prenderlo come riferimento. Il punto è che, a un certo momento, smetti di avere la sensazione di osservare tante identità diverse e inizi ad avere quella, molto meno piacevole, di sfogliare un enorme catalogo di variazioni sullo stesso tema. E qui vorrei fare una precisazione, perché internet è un posto bellissimo ma ha la fastidiosa tendenza a trasformare qualsiasi sfumatura in una guerra di religione: no, non penso che gli young adult siano "il male"; no, non penso che il romance stia distruggendo la letteratura.

E no, non credo nemmeno che chi legge certi libri sia un lettore di serie B. Sarebbe un'affermazione talmente stupida che non meriterebbe nemmeno di essere discussa.



Ciò che mi interessa è un'altra domanda: quando abbiamo iniziato a considerare rassicurante il fatto che un libro assomigli il più possibile a quello che abbiamo già letto? Perché è una domanda che riguarda tutti: riguarda chi scrive. chi pubblica, chi vende, e perfino noi lettori.

Perché anche noi, spesso senza accorgercene, partecipiamo a questo meccanismo. Cerchiamo "qualcosa come..." molto più spesso di quanto cerchiamo "qualcosa che non ho mai letto", ed è comprensibile, l'ignoto spaventa, il già conosciuto vende: sono due verità che convivono da sempre. Il problema è che, se lasciamo decidere soltanto alla seconda, prima o poi rischiamo di ritrovarci con scaffali pieni di libri che cambiano titolo, protagonista e colore della copertina... mentre sotto la superficie continuano a raccontare, più o meno, la stessa identica storia.

La cosa che trovo più ironica di tutta questa storia è che l'editoria viene spesso raccontata come un settore lentissimo, e lo è, almeno sulla carta.

Tra il momento in cui un manoscritto viene acquisito e quello in cui arriva in libreria possono passare tranquillamente dodici, diciotto o ventiquattro mesi. Ci sono l'editing, la redazione, la correzione di bozze, il progetto grafico, l'impaginazione, la stampa, la distribuzione, la promozione, gli incontri con la rete vendita... un libro, insomma, non nasce esattamente con la stessa rapidità con cui io decido che sì, probabilmente mi serve l'ennesimo quaderno che non userò mai. Eppure, nello stesso momento in cui il libro arriva finalmente sugli scaffali, tutto diventa improvvisamente velocissimo: troppo.

Il tempo è probabilmente la risorsa più costosa dell'editoria contemporanea e, allo stesso tempo, quella che sembra interessare di meno. Una novità resta sul tavolo di una libreria per poche settimane, qualche volta ancora meno. Se parte bene continua il suo percorso, se parte male viene sostituita da quella successiva, che a sua volta verrà sostituita dalla successiva ancora. È il normale funzionamento della frontlist e non c'è niente di scandaloso in questo. Le librerie non hanno muri elastici, gli scaffali hanno un limite fisico e ogni nuova uscita reclama il proprio pezzettino di spazio come un gatto che si è appena accorto dell'esistenza del vostro computer acceso.



Il punto è che noi lettori questa cosa non la vediamo: entriamo in libreria e abbiamo l'impressione che i libri siano tutti lì, immobili, in paziente attesa del nostro arrivo.



No.



I libri fanno a sportellate: si contendono centimetri di tavolo. Visibilità, Ordini, Resi. Perché sì, esistono anche quelli, e non avete idea di quanto siano costosi per una casa editrice. Il sistema delle rese è probabilmente una delle cose che più sorprendono chi scopre come funziona davvero questo settore. Molti immaginano che una libreria compri un libro e, una volta comprato, quello rimanga lì fino a quando qualcuno decide di portarselo a casa.

Accantonate questa convinzione con lo stesso malincuore con cui avete accantonato l'esistenza di Babbo Natale. In realtà una parte consistente dei volumi invenduti torna indietro all'editore. È un meccanismo indispensabile per far funzionare la distribuzione moderna, ma ha anche un effetto collaterale piuttosto evidente: nessuno può permettersi di lasciare occupato uno spazio da un libro che non gira abbastanza. Tradotto in termini poco poetici: "Grazie per essere passato, è stato bello, adesso però devi fare posto al prossimo."



Mi fa sempre sorridere quando leggo qualcuno scrivere che "un libro troverà sempre il suo pubblico". Tenero, lui.

Peccato che il pubblico abbia tempi biologici, mentre la distribuzione editoriale ragiona con i calendari commerciali e i due, molto spesso, litigano. Uno scrittore può impiegare cinque anni a scrivere un romanzo, un editor può passarci sopra mesi, un traduttore può impazzire per trovare la parola perfetta, un illustratore realizza una copertina meravigliosa, un grafico studia il progetto, un correttore di bozze combatte contro refusi che nessuno noterà mai — e sarà il complimento più grande che riceverà nella sua carriera.

Poi il libro arriva in libreria e, se non riesce a convincere abbastanza persone nel giro di poche settimane, inizia già il viaggio di ritorno.

Capite perché continuo a dire che il vero protagonista dell'editoria è il tempo? O meglio, la sua mancanza.

Ed è qui che, inevitabilmente, entra in gioco anche internet.



No, non sto per dire che BookTok ha rovinato i libri.



Ogni volta che qualcuno pronuncia quella frase, da qualche parte un social media manager perde le ali. BookTok ha fatto una cosa molto più interessante: ha cambiato il modo in cui un libro diventa un fenomeno. Per decenni il bestseller seguiva un percorso relativamente prevedibile: uscivano le recensioni, arrivava il passaparola, aumentavano lentamente le vendite, il titolo consolidava la propria posizione. Oggi basta un video virale da qualche milione di visualizzazioni e un romanzo pubblicato anni prima può tornare improvvisamente in classifica. È successo, succede e continuerà a succedere.

Da un certo punto di vista è meraviglioso, ha riportato in vita titoli che probabilmente sarebbero rimasti confinati nella loro backlist (altri che non avrebbero mai dovuto vedere la luce delle lampade di Palazzo Mondadori, ma dettagli).

Da un altro, però, ha contribuito a rafforzare una dinamica che il mercato conosce fin troppo bene: se una cosa funziona... bisogna averne subito un'altra, e poi un'altra ancora, e poi altre cinque perché il trend potrebbe finire domani.



E allora si corre: si corre sempre.



Qualche volta ho la sensazione che l'editoria contemporanea abbia sviluppato una forma lieve ma cronica di FOMO, solo che invece della paura di perdersi una festa, ha paura di perdersi il prossimo bestseller.



Così rincorre: rincorre TikTok, Instagram, Amazon e le classifiche e ogni tanto, nel frattempo, si ricorda anche di rincorrere la letteratura. Concedetemi un po' di acidità



Ma è anche il motivo per cui ho deciso di inaugurare un blog che parla soprattutto di libri.

Non perché pensi di avere la verità in tasca. Diffidate sempre di chi parla di editoria come se esistesse una formula magica: basta entrare in una fiera del libro e mettere tre editor allo stesso tavolo per ottenere almeno quattro opinioni diverse, una discussione accesa e qualcuno che, prima o poi, citerà Roberto Calasso: è inevitabile.

Vorrei semplicemente raccontare quello che succede dietro le quinte, perché credo che conoscere la filiera editoriale renda i libri ancora più affascinanti, non meno. Sapere cos'è una scheda di lettura, perché un editor taglia un capitolo, come funziona davvero uno scouting, cosa significa acquistare dei diritti esteri, perché esistono le collane, perché alcuni romanzi vengono spinti ovunque mentre altri scompaiono nel silenzio più totale... sono tutte cose che, da lettrice, avrei voluto sapere molto prima e magari, ogni tanto, ci concederemo anche il lusso di smontare qualche luogo comune.



Per esempio quello secondo cui gli editor sono brutali correttori di virgole: siamo innanzitutto dei diplomatici, credetemi.





La calma ha il muso bianco: Mumin.



Indovinate dove sono finita, nonostante la mia passeggiata avesse tutt'altro obiettivo? In libreria. Me la trotterello tra gli scaffali e allungo la wishlist fino a renderla un problema del mio io futuro e torno a casa fingendo che quella pila di libri da leggere non mi stia osservando con aria giudicante dalla mensola.

Oggi, durante uno di questi giri di routine, mi sono ritrovata davanti a diverse nuove uscite dedicate ai Mumin e mi è venuto spontaneo fermarmi.



Non perché li avessi dimenticati, anzi. Io i Mumin me li ricordo benissimo.

Da bambina avevo uno dei loro libretti e ricordo perfettamente quella stra-

na sensazione che mi lasciava addosso. Erano buffi, dolci, un po' malinco-

nici, completamente diversi da qualsiasi altra storia leggessi all'epoca.

Mentre gli altri protagonisti sembravano sempre dover salvare il mondo,

loro si limitavano a viverci dentro, e a pensarci oggi mi sembra

un'idea incredibilmente rivoluzionaria.

Anche perché, diciamocelo, salvare il mondo è già complicato.

Ricordarsi di stendere il bucato prima che inizi a piovere mi sembra un obiettivo molto più realistico.La cosa curiosa è che per tantissime persone i Mumin sono semplicemente quei cosini bianchi che sembrano degli ippopotami. È una definizione che fa sempre sorridere, anche perché tecnicamente non sono ippopotami. Sono troll.



Sì, troll. Non quelli che si asfaltano a suon di eldritch blast su dnd,

ma quelli inventati da Tove Jansson.

Tove Jansson era un'illustratrice, pittrice e scrittrice finlandese

di lingua svedese, una di quelle persone che sembrano incapaci

di limitarsi a fare una sola cosa nella vita.

Il primo libro dei Mumin uscì nel 1945, appena finita la Seconda guerra mondiale, e già questo cambia completamente il modo in cui si guarda quell'universo così tranquillo. Perché quella valle piena di prati, fiumi e case accoglienti non nasce per caso, nasce come risposta a un periodo in cui il mondo aveva disperatamente bisogno di immaginare un posto sicuro.

Il primo romanzo, "I Mumin e la grande alluvione", racconta proprio di una famiglia che cerca una casa e qualcuno che si è perso. Letto oggi sembra quasi una metafora fin troppo evidente, ma probabilmente era proprio quello il punto. Parlare della guerra senza parlare davvero della guerra, raccontare la paura attraverso una favola, costruire un luogo dove il lettore potesse finalmente tirare un sospiro di sollievo.

La Valle dei Mumin è uno di quei posti immaginari che non cercano di stupirti. Non ci sono castelli giganteschi, profezie millenarie o oscuri signori del male che aspettano il protagonista al varco. C'è una casa con la porta quasi sempre aperta, c'è qualcuno che prepara da mangiare, qualcuno che parte, qualcuno che torna, qualcuno che ha bisogno di stare da solo e qualcuno che aspetta pazientemente il suo ritorno.



Anche i personaggi sono molto più complessi di quanto sembri.

C'è Snufkin, che ogni primavera mette lo zaino in spalla e parte senza

promettere a nessuno quando tornerà.

Da bambina lo trovavo semplicemente avventuroso, oggi penso che probabilmente fosse il primo personaggio che mi insegnava che voler stare da soli non significa voler meno bene alle persone.

Poi c'è Little My, che ha l'altezza di un soprammobile e la diplomazia di un mattone lanciato da un balcone. Dice quello che pensa, sempre. Una qualità che ammiro moltissimo negli altri, molto meno quando il destino decide di farmeli incontrare nella vita vera.

Muminmamma, invece, è probabilmente il personaggio che tutti vorremmo

avere accanto almeno una volta ogni tanto.

Non perché abbia soluzioni magiche, ma perché ha quella serenità che

ti convince che qualsiasi problema possa essere affrontato dopo una fetta

di torta e una tazza di tè.

Non risolve tutto, certo, però è comunque un ottimo punto di partenza.



Una delle cose più preziose che possono capitare ad un'opera è di crescere e cambiare insieme a chi le ha scritte, e Mumin ha la fortuna di essere uno di questi casi. Le prime storie sono più vicine alla fiaba classica, più movimentate, più avventurose. Poi, libro dopo libro, i Mumin diventano sempre più introspettivi: succedono meno cose, ma succedono molto di più ai personaggi. Parlano di cambiamento, di amicizie che si trasformano, di persone che arrivano e se ne vanno, del sentirsi fuori posto, della paura di crescere, della malinconia. Tutto con una delicatezza quasi disarmante.



E forse è anche per questo che continuano a essere letti da così tanti adulti: da piccoli ci sembrano storie dolci, da grandi scopriamo che erano storie profonde, semplicemente avevano avuto la gentilezza di non sbattercelo in faccia.

Ma da dove viene sta parola? Mumin? "Mumin" deriva da un essere immaginario di cui parlava uno zio di Tove per spaventare chi andava a rubare cibo durante la notte. Da piccolo mostro che vive dietro una stufa a simbolo di conforto il passo non è proprio brevissimo, ma evidentemente i personaggi migliori nascono sempre nei modi più improbabili.



Da quei primi libri arrivarono poi i fumetti, pubblicati perfino sul quotidiano inglese "Evening News", letti da milioni di persone. Poi gli anime, le serie animate (il Giappone in particolare stravede per Munin, tanto che in molti credono che sia proprio giapponese), i musei, i parchi a tema, le mostre, una quantità di tazze che definire spropositata sarebbe riduttivo.

Rivederli oggi sugli scaffali mi ha fatto un effetto strano... non nostalgico.



Più... familiare.



Come quando incontri una persona che non vedevi da tanti anni e

ti accorgi che, nel frattempo, siete cambiati entrambi, ma riuscite

comunque a capirvi senza troppi sforzi.

Forse è questo il segreto dei Mumin: non cercano di insegnarti qualcosa, ti fanno semplicemente compagnia.



A volte, in mezzo al rumore di tutti i giorni, è esattamente il genere di storia di cui abbiamo bisogno.

















E sì: c'è una quantità di memini idioti con protagonisti i Mumin che io boh. Chebbello.























Queste vignette qui invece sono assolutamente canon. Sono serissima.









Un articolo assolutamente inutile.

Breve riflessione sul valore delle cose che non servono a niente.



C'è una domanda che, almeno una volta nella vita, tutti abbiamo rivolto a qualcuno con un misto di genuina curiosità e malcelato giudizio. Può capitare davanti a una collezione di francobolli, a una mensola piena di action figure, a un armadio che custodisce ventisette penne stilografiche o, più recentemente, all'ennesimo Labubu appeso a una borsa che costa quanto il PIL di un piccolo comune italiano. La domanda è sempre la stessa, pronunciata con quel tono da zio pragmatico che nella vita ha comprato solo trapani, bulloni e mutande: "Sì, ma... a cosa serve?"



È una domanda apparentemente innocente, eppure rivela una convinzione piuttosto curiosa: che il valore delle cose coincida con la loro utilità.



La teoria, tuttavia, crolla al primo sguardo un po' più attento sul presente. Se davvero vivessimo nell'epoca dell'efficienza assoluta, sarebbe difficile spiegare il successo planetario di pupazzi da collezione, sneakers mai indossate, carte Pokémon sigillate in casseforti, vinili acquistati da persone che non possiedono un giradischi, tastiere meccaniche che costano più del computer a cui sono collegate o mattoncini LEGO destinati a essere montati una sola volta e poi contemplati con religiosa soddisfazione fino alla prossima sessione di spolvero. A ben vedere, il nostro tempo non ha affatto dichiarato guerra all'inutile; semmai ne produce una quantità impressionante.



Eppure qualcosa è cambiato.



Prendiamo un tagliacarte dell'Ottocento. Oggi è poco più di una curiosità antiquaria, un oggetto tanto raffinato quanto disorientante per chi è cresciuto nell'epoca degli ebook e delle confezioni termosaldate. Eppure, quando veniva acquistato, nessuno si aspettava che fosse rivoluzionario. Nessuno pretendeva che fosse "smart", multifunzione o compatibile con un'applicazione. Era un oggetto costruito per accompagnare un gesto lento, quasi rituale, e destinato, nelle intenzioni di chi lo produceva, a sopravvivere al proprio proprietario. Poteva essere inciso, riparato, lucidato, tramandato. Non aveva fretta.



Un Labubu, invece, racconta un'altra storia. Non è meno inutile, ma è inutile in modo diverso.



Sarebbe fin troppo semplice liquidare il fenomeno con una smorfia di superiorità intellettuale. Ogni generazione ama credere che gli entusiasmi di quella successiva siano più sciocchi dei propri, dimenticando con sorprendente rapidità i Tamagotchi, le sorpresine Kinder, le figurine Panini, i soldatini di piombo, i francobolli o qualsiasi altra passione che, a distanza di qualche decennio, acquista automaticamente una patina di rispettabilità storica. L'archeologia è incredibilmente generosa con gli oggetti: basta aspettare abbastanza a lungo e persino il passatempo più discutibile finisce esposto dietro una teca di vetro.



Il punto, quindi, non è stabilire se un oggetto sia degno o meno di essere collezionato. Il punto è chiedersi quale rapporto instauriamo con lui.



Gli oggetti inutili del passato avevano spesso un'ambizione curiosa: volevano durare. Quelli contemporanei, molto spesso, vogliono circolare. Devono essere fotografati, condivisi, mostrati, discussi, rivenduti, sostituiti, rincorsi nella loro edizione limitata prima che ne venga annunciata una nuova. Non perché siano peggiori, ma perché appartengono a un'economia completamente diversa, nella quale il valore di un oggetto dipende meno dalla sua permanenza e molto di più dalla velocità con cui riesce a catalizzare attenzione.



Il sociologo francese Jean Baudrillard osservava che, nelle società dei consumi, gli oggetti smettono progressivamente di essere strumenti e diventano segni. Compriamo cose non soltanto per ciò che fanno, ma per ciò che dicono. Una borsa, un orologio, un'edizione limitata, una libreria piena di classici rilegati, una macchina fotografica analogica o perfino una tazza di ceramica fatta a mano partecipano tutti alla stessa conversazione silenziosa: raccontano qualcosa di chi li possiede.



Naturalmente questa dinamica non nasce con Instagram. Sarebbe storicamente ridicolo sostenerlo. Una tabacchiera d'argento nel Settecento era un simbolo sociale almeno quanto una borsa firmata oggi, così come il bastone da passeggio del perfetto gentiluomo vittoriano serviva molto meno a facilitare il cammino che a dichiarare pubblicamente l'appartenenza a una certa classe. Gli esseri umani sono sempre stati creature teatrali. Cambiano i costumi di scena, non il bisogno di recitare.



Eppure i social hanno introdotto una novità sottile ma decisiva: hanno trasformato ogni oggetto in un potenziale contenuto.



Una collezione privata, fino a pochi decenni fa, poteva rimanere tale per tutta la vita. Poteva essere un dialogo silenzioso tra una persona e il proprio studio, tra una libreria e il suo proprietario. Oggi qualunque oggetto possiede una seconda esistenza, pubblica, nella quale diventa fotografia, reel, sfondo di una videochiamata, dettaglio attentamente disposto sul tavolo di un bar. Persino il disordine, per essere fotografato, richiede un certo ordine.



Walter Benjamin scriveva che il collezionista strappa gli oggetti al loro destino di merce. È una delle frasi più eleganti che siano mai state dedicate alle cose. Mi chiedo, tuttavia, se oggi Benjamin non sarebbe costretto ad aggiungere una nota a margine. Perché molti oggetti contemporanei sembrano compiere il percorso inverso: nascono già pensando al momento in cui torneranno sul mercato dell'usato, all'asta online, al gruppo Telegram dedicato agli scambi, come se la loro biografia fosse stata progettata prima ancora della loro produzione.



Eppure sarebbe ingiusto fermarsi qui.



Perché esistono ancora persone che acquistano una penna stilografica semplicemente perché amano il rumore che produce sulla carta. Persone che riempiono le pareti di stampe che nessun interior designer approverebbe. Persone che continuano a comprare libri sapendo benissimo che non riusciranno mai a leggerli tutti, un gesto che Umberto Eco considerava non un fallimento, ma il cuore stesso di una biblioteca personale. Una biblioteca, sosteneva Eco, non serve a esibire ciò che abbiamo letto, bensì a ricordarci quanto ancora ignoriamo. È difficile immaginare un oggetto più inutile secondo la logica della produttività e, allo stesso tempo, più indispensabile per una certa idea di civiltà.



Forse, allora, la distinzione non passa tra oggetti utili e oggetti inutili.



Passa tra oggetti che consumiamo e oggetti con cui decidiamo di convivere.



Un oggetto consumato è sempre in attesa del successore. Vive in una cronologia. Ha già incorporata la propria obsolescenza, anche quando funziona perfettamente. Un oggetto con cui conviviamo, invece, accumula il tempo invece di subirlo. Una tazza scheggiata, un coltello che apparteneva a un nonno, un fermacarte trovato per caso in un mercatino o una vecchia macchina fotografica analogica smettono progressivamente di essere soltanto cose. Diventano geografia domestica. Ci orientano nello spazio come gli alberi fanno con un paesaggio.



Forse è per questo che continuiamo ostinatamente a conservare ciò che non serve. Non perché siamo consumatori irrazionali, ma perché intuiamo, magari senza riuscire a formularlo, che il valore di un oggetto non coincide mai interamente con la sua funzione. Una fotografia non serve a ricordare: la memoria umana è molto più testarda di qualsiasi pezzo di carta, ma a dare una forma visibile al ricordo. Un libro annotato non serve a contenere un testo , ne esistono milioni di copie identiche, ma a custodire il dialogo silenzioso tra quel testo e una vita particolare.



Oscar Wilde scriveva che "ogni arte è perfettamente inutile". È una frase che continua a scandalizzare soltanto chi la legge troppo in fretta. Wilde non stava svalutando l'arte; la stava liberando dall'obbligo di giustificarsi. E forse lo stesso discorso potrebbe valere per molte delle cose che scegliamo di tenere accanto a noi.



Una civiltà non si riconosce soltanto dagli strumenti che costruisce per risolvere problemi, ma anche dagli oggetti che decide di conservare pur sapendo che non ne risolveranno nessuno. Perché, in fondo, il contrario dell'inutile non è l'utile. Il contrario dell'inutile è ciò che pretende continuamente di dimostrare il proprio valore. E gli esseri umani, quando sono davvero fortunati, finiscono quasi sempre per affezionarsi proprio a quelle cose che hanno smesso da tempo di dover dimostrare qualcosa.



Vado a sistemare il mio nuovo notebook insieme a tutti gli altri, adesso.







Perché bambin Gesù non crede nel surriscaldamento globale?



Ci sono due tipi di persone quando entrano in un museo. Quelle che osservano un dipinto medievale e pensano "che meraviglia, quanta spiritualità", e quelle che, dopo tre secondi di silenzio rispettoso, si ritrovano a sussurrare: "Ma perché quel neonato sembra il contabile del comune di Viterbo?"



Io appartengo irrimediabilmente alla seconda categoria.



Ora, una piccola premessa è d'obbligo, perché non voglio passare per quella che un giorno si è svegliata, ha visto un Bambin Gesù con l'attaccatura dei capelli discutibile e ha deciso di improvvisarsi storica dell'arte. Ho studiato (o, perlomeno, ci ho provato ) tre anni a Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione, DISCO per chi sa di che sto parlando. Dico ci ho provato perché sarebbe intellettualmente disonesto omettere che una parte sorprendentemente consistente delle lezioni è stata dedicata, insieme al mio compagno di disavventure, a guardare RuPaul's Drag Race, giocare a tris, scarabocchiare qualunque cosa capitasse sul quaderno e, più in generale, esercitare con dedizione l'arte nobilissima della distrazione creativa. Ciononostante, qualcosa è rimasto ( a parte qualche foto imbarazzante di me che dormo sul banco ). Evidentemente abbastanza da farmi fermare ancora oggi davanti a certi dipinti e pensare: aspetta un momento, questa storia la conosco.



E la storia è molto più interessante del semplice "nel Medioevo non sapevano disegnare".



Anzi, quella è probabilmente una delle idee più ingenerose che possiamo avere nei confronti dell'arte medievale.



Viviamo immersi nell'idea che il punto d'arrivo dell'arte sia il realismo. Se un volto è proporzionato, la prospettiva è convincente e il bambino sembra effettivamente un bambino, allora l'artista è bravo. Se invece il volto è piatto, gli occhi sono enormi e il neonato ricorda un piccolo funzionario dell'Agenzia delle Entrate, con ogni probabilità pensiamo che l'artista fosse semplicemente incapace.



Il problema è che stiamo giudicando un linguaggio con le regole di un altro.



L'arte medievale, soprattutto quella sacra, non nasce per imitare il mondo. Nasce per spiegarlo.



O, meglio ancora, per spiegare ciò che sta al di sopra del mondo.



Nel Medioevo il dipinto non era una finestra aperta sulla realtà, come sarebbe diventato con il Rinascimento. Era un testo, un sermone silenzioso, un'enciclopedia illustrata destinata a un pubblico che spesso non sapeva leggere. Ogni gesto, ogni colore, ogni posizione delle mani aveva un valore simbolico; la fedeltà anatomica era infinitamente meno importante della fedeltà al messaggio.



Ed è qui che entra in scena il nostro inquietante Bambin Gesù.



Per la teologia cristiana, Cristo non "diventa" Dio crescendo. Lo è dal primo istante della sua esistenza. Rappresentarlo come un neonato qualsiasi, paffuto, goffo, magari intento a succhiarsi un dito o a guardare con aria spaesata il mondo circostante, avrebbe rischiato di enfatizzare la sua umanità a discapito della sua natura divina.



Così gli artisti adottano quella che gli storici dell'arte chiamano spesso homunculus: un "piccolo uomo". Gesù viene dipinto con proporzioni adulte, uno sguardo severo, una postura composta e, in certi casi, una quantità di rughe emotive che farebbe sospettare un mutuo ventennale.



Capisco che oggi il risultato possa sembrare involontariamente comico.



È difficile guardare alcune Madonne del XIII secolo senza avere l'impressione che Maria stia tenendo in braccio un uomo di quarantacinque anni che sta per chiederle se ha già pagato il bollo dell'asino.



Ma, ancora una volta, il punto non era la verosimiglianza.



Era la teologia.



E questa logica non riguardava soltanto Gesù.



Molti bambini medievali, anche quando non erano figure sacre, sembrano sorprendentemente adulti. Per lungo tempo si è diffusa l'idea che nel Medioevo il concetto stesso di infanzia fosse quasi inesistente, teoria resa celebre dallo storico Philippe Ariès nel suo influente L'Enfant et la vie familiale sous l'Ancien Régime. La sua tesi sosteneva, in estrema sintesi, che il bambino fosse percepito come un adulto incompleto, da inserire il prima possibile nel mondo dei grandi.



Oggi gli studiosi tendono a considerare questa interpretazione troppo radicale. Sappiamo che l'infanzia era riconosciuta eccome, che esistevano attenzioni specifiche verso i bambini e che il loro ruolo nella società era più complesso di quanto Ariès immaginasse. Tuttavia è vero che la rappresentazione artistica dell'epoca non attribuiva alla fisionomia infantile quell'importanza che noi le attribuiamo oggi. Il bambino non era interessante perché aveva le guance tonde o i piedini minuscoli; era interessante per ciò che rappresentava.



L'arte medievale, in fondo, ragiona quasi sempre per simboli prima ancora che per osservazione.



Un leone non deve necessariamente assomigliare a un leone, purché incarni la forza.



Un agnello non deve essere zoologicamente impeccabile, purché evochi il sacrificio.



Un bambino non deve sembrare un bambino, purché trasmetta sapienza, autorità o santità.



Questo modo di vedere il mondo ci appare strano soltanto perché siamo figli di un'altra rivoluzione.

Con il Rinascimento cambia tutto.

Gli artisti iniziano a osservare la natura con una curiosità quasi scientifica. Studiano anatomia, prospettiva, luce. Leonardo disse che la pittura è "cosa mentale", ma quella mente si nutre dell'osservazione instancabile del reale. Giotto, già un secolo prima, aveva iniziato a incrinare la rigidità medievale introducendo emozioni più umane, corpi più credibili e uno spazio che sembrava finalmente abitabile.



E improvvisamente i bambini... sembrano bambini.



Hanno la pelle morbida.



Le proporzioni cambiano.



Le espressioni diventano spontanee.



Gesù può finalmente permettersi di avere l'aria di un neonato senza che questo venga percepito come una diminuzione della sua divinità.



È una trasformazione enorme, ma proprio perché è graduale rischiamo di non accorgercene.

Eppure basta mettere accanto una Madonna duecentesca e una rinascimentale per avere l'impressione che qualcuno abbia finalmente scoperto che i neonati, nella vita vera, non sembrano anziani in miniatura.

Questa è una delle ragioni per cui mi affascina così tanto la storia dell'arte.

Ti insegna, con una pazienza quasi zen, che la domanda giusta raramente è "perché l'hanno fatto così?", bensì "perché io mi aspettavo qualcosa di diverso?"



Ogni volta che ridiamo davanti a quei bambini dall'aria severa stiamo inconsapevolmente misurando la distanza tra il nostro modo di guardare il mondo e quello di persone vissute sette o otto secoli fa. Loro non stavano fallendo nel rappresentare la realtà; stavano semplicemente cercando di rappresentare qualcosa che, per loro, era molto più importante della realtà stessa.



Detto questo, continuerò a sostenere che alcuni Bambin Gesù medievali abbiano un'espressione talmente giudicante da farmi sentire in colpa per i miei tatuaggi da delinquente.



🍯 Winnie-the-Pooh, o di come alcune storie crescono insieme a noi

Ci sono storie che amiamo da bambini e che poi, senza che ce ne accorgiamo, finiscono per accompagnarci molto più a lungo di quanto avremmo immaginato. All'inizio non sappiamo nemmeno spiegare perché ci piacciono. Sono semplicemente lì, insieme ai nostri giochi, ai pomeriggi davanti alla televisione e ai libri illustrati che continuiamo a sfogliare anche quando non sappiamo ancora leggere. Poi cresciamo, scopriamo altre storie, cambiamo gusti e pensiamo di averle lasciate indietro. Finché, magari dopo molti anni, le incontriamo di nuovo e ci accorgiamo che qualcosa è rimasto.



Per me Winnie-the-Pooh è sempre stato così.



Non saprei dire quale sia stato il mio primo incontro con lui, perché nella mia testa sembra esserci praticamente da sempre. So però che era il cartone che guardavo quando avevo la febbre. Quando ero piccola, le giornate in cui stavo male avevano una lentezza tutta loro: il divano, una coperta, qualcosa da bere sul tavolino e la televisione accesa. Dentro quello schermo c'era il Bosco dei Cento Acri, con Pooh, Pimpi, Ih-Oh, Tigro e tutti gli altri. Non serviva molto altro. Non dovevo nemmeno stare particolarmente attenta a quello che succedeva; era sufficiente che quelle voci e quei personaggi fossero lì mentre aspettavo di sentirmi meglio.



Molto prima di riuscire a leggere, poi, c'era il libro. Lo sfogliavo all'asilo quando le parole erano ancora soltanto segni misteriosi e le illustrazioni erano la parte che riuscivo davvero a capire. Guardavo Pooh e i suoi amici e probabilmente mi inventavo metà delle storie che non potevo ancora leggere. A pensarci oggi, mi fa sorridere che uno dei primi libri che ho amato sia stato anche uno dei primi che non ero ancora in grado di leggere.



Il Winnie-the-Pooh originale, quello di A. A. Milne, è arrivato molto prima del cartone che tanti di noi conoscono. Il primo libro è stato pubblicato nel 1926 e le illustrazioni di E. H. Shepard hanno dato al Bosco dei Cento Acri quell'aspetto delicato e un po' buffo che ancora oggi trovo irresistibile. È un mondo molto diverso dai grandi universi fantastici a cui siamo abituati: non ci sono guerre da vincere, profezie da compiere o mostri da sconfiggere. Ci sono un orso che pensa moltissimo al miele, un maialino coraggioso suo malgrado, un asinello malinconico, un coniglio che vorrebbe avere tutto sotto controllo e un bambino che, insieme ai suoi giocattoli, riesce a trasformare un pezzo di bosco in un mondo intero.



Da bambina vedevo soprattutto i personaggi. Oggi mi accorgo molto di più di quanto siano strani, teneri e umani.



Pimpi ha paura di praticamente tutto, ma questo non gli impedisce di esserci quando serve. Ih-Oh è spesso triste e pessimista, eppure nessuno sembra pensare che debba diventare più allegro per essere voluto bene. Coniglio ha bisogno che le cose siano ordinate secondo i suoi piani, Tigro non sembra conoscere il concetto di moderazione e Pooh può perdersi nei propri pensieri con una facilità quasi disarmante. Ognuno porta nel gruppo qualcosa di profondamente suo, e nessuno sembra doverlo correggere per poter stare insieme agli altri.



Forse è una cosa che si nota soprattutto crescendo. Da bambini siamo abbastanza bravi ad accettare che le persone siano come sono. Poi impariamo a misurarci, a correggere quello che facciamo, a cercare di essere un po' meno questo e un po' più quello. Ci convinciamo che alcune nostre caratteristiche siano difetti da sistemare, mentre nel Bosco dei Cento Acri sembrano semplicemente parte del pacchetto.



E forse è anche per questo che queste storie funzionano ancora quando le riguardiamo da adulti. Non sono rimaste uguali: siamo cambiati noi, e insieme a noi è cambiato quello che riusciamo a vedere.



Per me, nel frattempo, a Winnie-the-Pooh si sono legate tante altre cose. Non è più soltanto il cartone delle giornate con la febbre o il libro che sfogliavo all'asilo. È diventato anche il sottofondo di alcuni momenti molto più recenti della mia vita, alcuni dei quali oggi guardo con una tenerezza che non mi aspettavo.



C'è una frase di Winnie-the-Pooh che da bambina probabilmente non avrei capito fino in fondo. Christopher Robin dice a Pooh: “If ever there is tomorrow when we're not together, there is something you must always remember.”



È una frase che oggi mi colpisce in un modo completamente diverso.



Forse perché crescendo ci accorgiamo che i “domani” cambiano molto più di quanto immaginassimo. Le persone possono esserci, poi esserci in modo diverso, poi magari non esserci più come prima. Le giornate prendono altre forme e quello che sembrava semplicemente parte della nostra vita diventa, quasi senza accorgercene, qualcosa che appartiene a un capitolo precedente.



Ma questo non significa che ciò che è successo prima perda il suo valore.



Ogni tanto penso a quella bambina con la febbre davanti alla televisione e mi viene da sorridere. Poi penso a me molti anni dopo, stretta a qualcuno mentre non stavo bene, con Winnie-the-Pooh che andava sullo schermo e noi lì ad aspettare che passasse. È una scena così semplice che probabilmente, mentre succedeva, non avrei mai pensato di doverla conservare da qualche parte.



Eppure eccola qui.



Forse perché ci sono momenti in cui non serve fare niente per qualcuno. Non serve trovare le parole giuste, risolvere il problema o rendere tutto perfetto. A volte basta rimanere. Restare vicini abbastanza da far sentire all'altra persona che, almeno per quel momento, non deve affrontare tutto da sola.



E quando penso a quel momento, non penso a quanto sia durato o a cosa sia venuto dopo. Penso soltanto a quanto fosse bello sentirsi stretti mentre aspettavamo che passasse.



Credo che sia questo che vorrei ricordare di certe cose: non la loro fine, ma quello che sono riuscite a essere mentre esistevano.



Perché possiamo crescere, cambiare, prendere strade diverse e scoprire che alcune cose non sono più come le avevamo immaginate. Ma non per questo dobbiamo convincerci che non siano mai state importanti.



Alcuni momenti ci hanno fatto bene.



Alcune persone ci hanno tenuti stretti quando ne avevamo bisogno.



E forse, se un domani quelle persone non saranno più accanto a noi nello stesso modo, la cosa più gentile che possiamo fare è non rendere meno vero ciò che abbiamo provato allora.



Winnie-the-Pooh è stato il cartone che guardavo quando avevo la febbre, il libro che sfogliavo all'asilo quando ancora non sapevo leggere e, molti anni dopo, è diventato lo sfondo inconsapevole di un momento che non avrei mai immaginato di portarmi dietro così a lungo.



Ed è buffo, in fondo, pensare che tutto sia cominciato da un orsetto con un barattolo di miele.



Forse Christopher Robin aveva ragione.



Non sappiamo mai cosa porterà il domani. Possiamo però scegliere cosa tenere con noi di ciò che c'è stato prima.



E io, di quel piccolo momento davanti a Winnie-the-Pooh, scelgo di tenere il calore.